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LA BISACCIA DEL CERCATORE

 

Innanzi tutto grazie.


Grazie a tutta l’AC diocesana che mi ha permesso di vivere in questo triennio appena trascorso un’esperienza profonda e arricchente di servizio.


Grazie ai tanti sacerdoti che ho incontrato in questi anni che mi hanno dato la possibilità di conoscere la ricchezza della Chiesa con una sfaccettatura diversa di quella del laico.


Grazie al Vescovo che,  insieme all’Assemblea elettiva e al neo Consiglio Diocesano, ha voluto scommettersi, rinominandomi nel servizio di Presidente diocesano di AC per il prossimo triennio.


Grazie alla mia famiglia che mi ha sopportato per i tre anni passati e, ahimè, dovrà farlo per i prossimi tre.


Grazie a Dio che  mi ha dato la forza di essere piccolo strumento del suo Pensiero, scusandomi se tante, anzi tantissime volte, non sono riuscito a funzionare come Lui ha previsto nel mio progetto di vita, avendo la certezza che Lui è un “Grande” e sa capire e perdonare.

Se tre anni fa nella prima lettera che avevo scritto, avevo utilizzato questa per presentarmi a tutti coloro che non mi conoscevano, questa volta sono certamente avvantaggiato, perché il primo passo l’abbiamo già fatto: metterci in relazione per conoscerci e percorrere un cammino insieme.

Tre anni di strada non sono pochi, ma davanti a noi si apre un altro tratto in cui siamo chiamati a scoprire e/o riscoprire le meraviglie che ci stanno attorno.

Sembra paradossale parlare oggi di meraviglie, quando attorno a noi scorrono piuttosto le catastrofi (non solo quelle naturali).

Ma se è vera – perché è vera – la frase  “VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA, VOI SIETE LA LUCE DEL MONDO”, siamo CHIAMATI a scoprire e/o riscoprire le meraviglie che ci stanno attorno, in particolar modo le meraviglie del “METTERSI IN RELAZIONE CON”.

Per fare ciò voglio ricordare a tutti noi il titolo della nostra Assemblea diocesana, celebrata appena un mese fa, “SULLE STRADE DEI CERCATORI DI DIO” e del Documento assembleare che abbiamo votato in maniera unanime; e per meglio sottolineare questo cammino che continueremo a percorrere, mi sono fatto aiutare da chi ha sempre vissuto, incarnandolo, l’essere sale e luce, don Tonino Bello.

In uno dei suoi ultimi discorsi, pochi mesi prima di morire, descriveva gli strumenti essenziali dei cercatori di Dio, che mi sono sembrati strumenti essenziali del percorso della nostra AC diocesana.

Anzitutto il bastone del pellegrino.

E’ il simbolo evocatore della transumanza. Transumanza è un termine pastorale: trans-humus, passare da una terra all’altra. Il bastone è il simbolo antico del cammino faticoso e purificatore che ogni cristiano deve compiere. E’ una provocazione permanente a lasciare gli antichi bivacchi. Oggi bisogna lasciare la staccionata della rassicurante masseria e mettersi con coraggio sulle strade dell’esodo.

Ma il bastone non ci provoca soltanto a metterci in viaggio. Il bastone ci provoca soprattutto a metterci in viaggio verso la montagna di Dio, alla ricerca del Suo vero Volto, che trascenda le immagini fatte da mani di uomo, fino a quando, senza più santuari, questo Volto lo contempleremo così come Egli è. Di questa purificazione del volto di Dio, di questo cammino che ci porti a detergere l’immagine da ogni crosta terrena ne abbiamo estremo bisogno.


Oltre al bastone del pellegrino, prenderei una seconda cosa: la bisaccia del cercatore.

Il cristiano che oggi vive drammatiche trasformazioni epocali, deve prendere con se la bisaccia del cercatore, perché, come dice S. Paolo, “Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie. Esaminate ogni cosa: ritenete ciò che è buono” (1Tess. 5, 19-21). Esaminate ogni cosa e poi mettete nella bisaccia ciò che è buono; disponetevi cioè all’analisi critica di tutto ciò che il mondo vi offre, e poi mettete nella bisaccia del pellegrino tutto ciò che trovate di buono, anzi, tutto ciò che trovate di bello.

Il cristiano del terzo millennio, che muove verso i crocevia della storia, deve avere sulle spalle una bisaccia come quella dei mendicanti: una bisaccia da riempire, non da svuotare. Corriamo il rischio, infatti, che nei confronti degli altri la bisaccia sappiamo aprirla soltanto per dare, e mai per ricevere, sia sul piano materiale che spirituale. Se non sappiamo anche ricevere non potremmo mai essere compagni dell’uomo e neppure testimoni dello Spirito.

Nella bisaccia vuota, poi, simbolo di una nudità per nulla compromessa se al suo interno ci collochiamo alcune cose, metterei un ciottolo del lago. Il lago per gli apostoli evocava lo scenario della ferialità operosa, era il nido delle loro gioie e delle loro speranze, delle loro tristezze e delle loro angosce.

Portarsi un ciottolo del lago nella bisaccia significa voler esprimere lo stesso stile di Gesù di Nazaret, che ha condiviso con gli uomini il pane, la strada, la tenda. Pertanto il ciottolo del lago, come segno e progetto di compagnia, lo vorrei portare con me come allegoria della solidarietà di Gesù con noi, allegoria che poi, io come credente, devo esprimere nella quotidianità. Quindi il ciottolo nella bisaccia come segno della nostra più cordiale compagnia con tutti gli uomini di oggi e anche con le cose che ci circondano, per quella santità che è percettibile nelle cose. La compagnia nella casa comune la dobbiamo esprimere in questo senso, riversando tutta la nostra simpatia negli uomini e nelle cose.


E poi cos’altro mettere nella bisaccia? Un ciuffo d’erba del monte. Per gli apostoli il monte è quello delle beatitudini, laddove di fronte alle folle sterminate suonò per la prima volta il messaggio di liberazione proposto da Gesù. Sicchè portarsi nella bisaccia un ciuffo d’erba colto da quelle pendici fiorite significa, per il credente di oggi, portarsi incorporata l’allegoria della novità cristiana. Innanzitutto che il mondo di oggi, pur così distratto, si lascia ancora colpire dalla coerenza di quanti rendono ragione della propria fede. Sono le parole, semmai, che oggi rendono l’uomo indifferente. A non fare né caldo né freddo, all’uomo contemporaneo, sono le affermazioni di principio, quando esse non trovano riscontro nella vita. L’altro aspetto che caratterizza è che la testimonianza offerta agli uomini di oggi , se vuole trovare eco nel loro cuore, deve essere genuinamente cristiana, genuinamente, con il marchio di origine controllata; perché la gente, insospettita da un mercato così pieno di contraffazioni, è diventata guardinga, oggi; forse non coglie al volo le sofisticazioni alimentari, ma per le adulterazioni spirituali ha il fiato prontissimo.

Concretezza e autenticità: è su queste coordinate – da rintracciare non nelle carte nautiche o nei libri edificanti o nei nostri messali o nelle sontuose liturgie, ma nella vita pratica dei cristiani coerenti – che gli uomini d’oggi – per quanto scettici, increduli o indifferenti – potranno incrociare la loro rotta con quella di Gesù Cristo.

Questo ciuffo d’erba del monte sembra che si sia rinsecchito nella nostra bisaccia, perché è la testimonianza coerente del discorso della montagna che manca. Il nostro deficit – diciamolo con chiarezza – non sta nell’annuncio della risurrezione di Gesù, della sua trascendenza, della centralità della sua vita, ma sta nell’incoerenza con cui viviamo la nostra identità di cristiani di fronte al mondo.

Riconosciamolo: ci manca l’audacia profetica che c’è nel discorso della montagna, ci fa difetto l’alta quota del monte delle beatitudini, e il ciuffo d’erba delle sue pendici si è disseccato nella nostra bisaccia.


Nella mia bisaccia, oltre al ciottolo del lago e al ciuffo d’erba del monte, riporrei un pezzo di pane.

Il riferimento alle scorte avanzate, dopo l’intervento di Gesù per sfamare le folle, è chiaro.

E allora mettersi nella bisaccia un pezzo di quel pane avanzato, significa portarsi incorporata l’allegoria dell’impegno concreto di fronte alle sfide con cui oggi la storia ci interpella: la fame, la guerra, il degrado ambientale, le ingiustizie, …

Poi nella bisaccia riporrei una scheggia della croce. Il che significa portarsi incorporata l’allegoria dell’apparente fallimento, ma anche l’allegoria della disponibilità a perdersi. A perdersi nell’altro.


Il calcinaccio del sepolcro vuoto, allegoria della speranza, è l’ultima cosa che metterei nella bisaccia del pellegrino. Su questo spazio trova la massima espressione la mia compagnia con l’uomo di oggi e la mia testimonianza a favore dello Spirito. Come cristiano coltivo le stesse speranze degli uomini di oggi: la salute fisica, la quiete interiore, il riscatto dalla sofferenza, la vittoria dalla morte, il benessere complessivo,l’appagamento del bisogno d’amore, un mondo affrancato dalla violenza e dall’odio, una terra che ridiventi alleata dell’uomo. Le mie speranze di cristiano non sono estranee alle speranze del mondo.

Ma sono anche testimone dello Spirito. Perché la speranza cristiana coincide sì con le speranze del mondo, però, ad un certo momento, le scavalca, le trascende, le orienta verso quella ulteriorità degli spazi e dei tempi costituita dal Cristo risorto.

Cristo risorto, per me credente, è la spiaggia ultima della felicità, su cui si placano finalmente tutte le congenite inquietudini del cuore umano.


Un brano poetico di David Maria Turoldo può illuminarci in tal senso:

anima mia canta e cammina,

anche tu o fedele di chissà quale fede

oppure tu uomo di nessuna fede

camminiamo insieme

e l’arida valle si metterà a fiorire.

Qualcuno,

Colui che tutti cerchiamo

Ci camminerà accanto.

Perché in questo triennio tutti noi di Azione Cattolica possiamo diventare sempre di più autentici cercatori di Dio.


Ninni Salerno