Intervento di Don Orazio Tornabene durante l’assemblea del 28/09/19

Lo avete fatto a me

Il Vangelo proposto per questo nuovo anno associativo di Azione Cattolica è tratto dal cap. 25 del Vangelo secondo san Matteo (vv.31-41). La pericope dipinge la scena del giudizio universale. Il brano a prima vista pare che voglia sottolineare l’aspetto del doverfare del bene, delfarsi prossimo facendo lo sforzo di riuscire a vedere negli altri Cristo stesso. Ma se approfondiamo la lettura, il brano ci chiede quale sia la domanda di senso che muove la nostraesistenza.Cioè, viviamo la vita in maniera piena oppure ci lasciamo vivere dagli eventi, lasciandoci travolgere dal momento o, ancor peggio, rimaniamo estranei a ciò che ci accade intorno?

Entriamo nel Testo:

• Matteo 25,31-33: Apertura del Giudizio finale. Il Figlio dell’Uomo riunisce attorno a sé le nazioni del mondo. Separa le persone come fa il pastore con le pecore e i capri. Il pastore sa discernere. Non sbaglia: pecore a destra, capri a sinistra. Gesù non sbaglia. Gesù, non giudica né condanna (cf. Gv 3,17; 12,47); Lui appena separa. È la persona stessa che si giudica e si condanna per il modo in cui si è comportata con i piccoli e gli esclusi. Verremo giudicati dal senso che avremo dato ai nostri momenti di vita.

• Matteo 25,37-40: Una richiesta di chiarimento e la risposta del Giudice: Coloro che accolsero gli esclusi sono chiamati giusti. Ciò significa che la giustizia del Regno non si raggiunge osservando norme e prescrizioni, bensì divenendo capaci di accogliere i bisognosi. Ma è curioso che i giusti non sappiano nemmeno loro quando hanno accolto Gesù bisognoso. E Gesù risponde: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. Chi sono questi miei fratelli più piccoli? In altri passi del Vangelo di Matteo, le espressioni miei fratelli e più piccoli indicano i discepoli (Mt 10,42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10), ma indicano anche i membri più abbandonati della comunità, i disprezzati che non hanno posto e non sono ben ricevuti (Mt 10,40). Gesù si identifica con loro. Ma non solo questo. Nel contesto più ampio della parabola finale, l’espressione miei fratelli più piccoli si allarga ed include tutti coloro che non hanno posto nella società. Indica tutti i poveri. Ed i giusti, i benedetti dal Padre mio, sono tutte le persone di tutte le nazioni che accolgono l’altro in totale gratuità, indipendentemente dal fatto che siano o no cristiani.

• Matteo 25,41-43: La sentenza per coloro che erano alla sua sinistra; via da qui nel fuoco eterno. Gesù non impedisce loro di entrare nel Regno, bensì l’ingresso è precluso dal loro agire. L’egoismo come miopia impedisce di vedere Gesù nei più piccoli.

  1. Non vi nascondo che ogni qualvolta mi fermo a contemplare il bravo di Mt 25 per fare l’esame di coscienza un fuoco brilla in me ed illumina il mio cuore, come Mosè fu rischiarato dinanzi al roveto ardente, ed appena entro dentro le fibre di questa Parola, la mia coscienza mi dice: che ipocrita che sei Orazio! E penso a tutte le volte che in Caritas o per le strade delle parrocchie della nostra diocesi cammino e vedo una persona che possa mancare di qualche necessità e sono andato oltre perché in loro non ho visto Cristo. Dinanzi a Gesù Eucaristia ci inginocchiamo, giustamente perché è la presenza reale di Cristo; ad un sacerdote diamo rispetto perché egli è alter Christus; ma per i poveri, per gli emarginati e gli esclusi, ancora non siamo capaci di vedere in loro l’alter Christus, secondo quanto affermato da Gesù stesso: lo avete fatto a me! Ricambiare l’amore ricevuto da Dio, vivere in maniera attenta è un preludio a buon vivere, all’abitare la propria casa, l’A.C., la parrocchia, la città.

Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Gv 1,14): il Verbo, Gesù Cristo si è incarnato, ha assunto la nostra natura ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Da quel momento nulla è rimasto estraneo ad divin Figliolo. Io, ognuno di voi, NOI tutti, miei cari, che siamo battezzati, perché sembriamo estranei a ciò che avviene intorno? A volte mi pare di rivedere il dialogo tra Dio e Caino: Caino dov’è tuo fratello? Ricordate la risposa? Sono mica io il suo custode?È vero, forse Caino aveva ragione, noi non siamo i custodi, ma molto di più: siamo fratelli di sangue, del sangue di Cristo che ci ha liberati dall’egoismo.

  • Quindi l’icona del Vangelo ci sprona non solo ad essere bravi cristiani, ma ad abitare la nostra vita: io ci sono… io vivo relazioni di vita, relazioni che sono vitali per me e per l’altro. Chi abita non può rimanere indifferente al grido strozzato di quanti soffrono l’egoismo altrui;non può rimanere indifferente al degrado in cui cadono le città. Abitare significa vestire quella realtà, mettersela su, farsene carico. Significa metterci la faccia! È duro prendere ceffoni, fossero anche morali, ma se io vivo una realtà non posso essere Anonymus[1], uno dei tanti, perché dove ci sono tanti, in realtà non c’è nessuno che si prenda la propria responsabilità.Infatti, noi viviamo in comunità, in gruppi, dove il singolo non viene fagocitato dal gruppo ma ha la sua massima dignità di espressione.
  • Il cammino della vita, per un cristiano, non è un girovagare abbandonato al caso, né una comodaautostrada a trecorsie. È un sentiero, ora piano ora impervio, in cui il Signore ci accompagna verso un luogo preparato per noi: una città dove abitare, una città vivibile, che ben poco assomiglia ai nostri agglomerati urbani pieni di rumore e cemento.

Prendersi cura della persona significa rispettare i luoghi in cui si vive. Rispettare l’ambiente è espressione di rispetto altrui. Abitiamo tutti il medesimo pianeta terra, nostra casa comune.Il Signore sogna per noi una città senza degrado sociale, senza liti, né inquinamento. Questo utopico luogo non èperò solo immagine di ciò che ci attenderà oltre questa vita: nel suo progetto d’amore Dio Padreci ha donato una sorella e madre, la terra. Il suolo, l’acqua, gli animalie la vegetazione sono una carezza dell’Altissimo. Tutte le creature sono i caratteri in cui haimpresso il suo messaggio d’amore. La prima causa dell’inquinamento e dei disastri ambientali, infatti, non è il riscaldamento globale,ma il congelamento del cuore umano. Il peccato è il rifiuto di quell’armonia iniziale dell’uomo conDio, con se stesso, con l’altro e con il creato. L’uomo fraintende il mandato divino di coltivare ecustodire la terra e inizia a considerarla un possesso, più che un dono del Padre celeste.

Per sanare, insieme, i deserti interiori ed esteriori, occorre in primo luogo riconoscere la propriaaridità, gli incendi divampati nel proprio cuore, i disboscamenti di speranza, i quintali di rancoreriversati nell’atmosfera. Occorre sguardo limpido, occorre riscoprire le sorgenti di bontà chesgorgano dal cuore mio e del fratello. E allora si potranno portare avanti le numerose opzioniecologiche, su grande e piccola scala, di cui necessita il pianeta.Dotiamoci di un animo ecologico e osserviamo allora il creato con la sua pazienza, l’armonia e lafecondità. Trasmetteremo queste virtù alle nostre città e quartieri. Custodiamo la memoria, comefanno le cortecce degli alberi e le rocce sedimentarie, per ridare un volto alla società. Fermiamociallora ad ascoltare la natura, splendida nella sua schiettezza e semplicità, rivestita di vita e spoglia di ogni apparire.

Nella maestosità del creato contempliamo il Padre, che lo plasma con mano tenera e tenace.Nella sua umiltà contempliamo il Figlio, che ha scelto questa terra, questa materia, questa vita come luogo di salvezza. Nel vibrare dei rami e nel canto della natura contempliamo lo spirito, che rende armoniosi i nostricuori e ci orienta al bene.

In definitiva abitare ha una valore molto più che spaziale, cioè non è il semplice occupare un posto in questa parte di mondo in cui vivo, ma ha un valore molto più profondo: abitare è una qualità esistenziale.


[1]Il fenomeno, nato nel 2003, si ispira alla pratica della pubblicazione anonima di immagini e commenti su internet e più in generale su web. Il concetto, inteso come “identità condivisa”, si è sviluppato nell’imageboard di lingua inglese dove il nickname “Anonymous” veniva assegnato ai visitatori che commentavano senza identificarsi. Gli utenti delle imageboard, dedicate soprattutto agli anime e ai manga, cominciarono ad identificare Anonymous con una persona reale. Con il crescere della popolarità delle azioni dei frequentatori si diffuse il meme di un collettivo di individui senza nome in lotta contro ingiustizie e poteri forti.

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