Intervista a Fabio Zavattaro, un vaticanista di Ac.

Com’è cambiata la comunicazione con papa Francesco.

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Da più di 30 anni accompagna i viaggi del papa in giro per l’Italia e per il mondo. Prima da inviato del quotidiano Avvenire, dal 1995 in Rai. Fabio Zavattaro pochi lo conoscono in viso, moltissimi ne riconoscono la voce. La stessa che ha raccontato a milioni di telespettatori gli eventi più importanti della Chiesa negli ultimi decenni. E che accompagna anche le principali funzioni dell’anno trasmesse dalla tv di Stato. Lo scorso 24 gennaio, di ritorno dalla trasferta in Asia per seguire papa Francesco in Sri Lanka e nelle Filippine, è stato ospite dell’Azione Cattolica di Acireale – lui che è uno della famiglia dell’Ac, oltre che ufficio stampa nazionale dell’associazione – per un incontro sul tema Il valore e i valori della comunicazione. Lo abbiamo intervistato.

 

Zavattaro, papa Francesco ha fatto della comunicazione uno dei tratti principali del suo pontificato. Cos’è cambiato realmente rispetto al passato?

Essenzialmente è cambiato il modo di esprimersi del papa. Francesco è un papa diretto, va subito a colpire nel segno. Il suo messaggio arriva immediato, grazie anche al frequente uso di immagini o alla presenza di persone al suo fianco. Cominciò col sudario che non aveva tasche e con il cartonero della messa di inizio pontificato. E’ un papa che sorprende e che ha le abitudini di chi ha fatto il vescovo in un Paese latinoamericano dove il rapporto con le persone è diretto.

 

Sembra avere un rapporto molto diretto anche con i giornalisti…

In Brasile disse “io non amo le interviste” e poi al ritorno ha parlato per un’ora e mezza.

 

Forse a volte la sua semplicità viene fraintesa? Pensiamo all’immagine del pugno nella risposta data a un cronista dopo l’attentato di Parigi alla rivista Charlie Hebdo.

Con queste sue affermazioni credo che voglia soprattutto far discutere. L’immagine del pugno ad esempio non rappresentava tanto la reazione verso un’offesa ipotetica, non era certo la giustificazione per un’azione che va condannata. Lui vuole aiutarci a parlare e a riflettere. Un po’ lo stesso ragionamento si può fare quando ha parlato dei conigli. Ci siamo tutti fermati all’idea del coniglio, ma in quel discorso ha parlato di paternità responsabile e dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae.

 

Crede che a volte i media si fermano appositamente a un’interpretazione superficiale?

Sicuramente c’è la volontà di andare all’essenziale, com’è nel nostro stile di cronisti. Ma a volte rischia di far dimenticare alcune cose. La battuta diventa un’immagine da utilizzare, l’importante è non fermarsi alla sola immagine. Un dato è indiscutibile: questo papa dal punto di vista della comunicazione incuriosisce i media.

 

A proposito delle nuove tecnologie, recentemente Francesco ha detto “Dobbiamo orientare il nostro rapporto con le tecnologie, invece che farci guidare da esse”. Come si fa secondo lei?

Innanzitutto bisogna impadronirsi, nel senso buono del termine, di questi strumenti, avere la capacità di saper stare nel terreno della nuova comunicazione. Il rischio dei nuovi media è che vengano gestiti per orientare le idee. Chi fa comunicazione si deve porre a metà tra la notizia e chi la riceve, non per cambiarla ma per raccontarla. Come l’artigiano che trasforma qualcosa di informe in qualcosa di piacevole alla vista. Il primo valore da mettere in evidenza è il rispetto della verità e dell’altro. Questo vale per il credente e per il non credente. Sappiamo che l’obiettività pura non esiste, ma dobbiamo essere in grado di dare quegli elementi per far capire al lettore qual è il fatto e quale il nostro punto di vista.

 

Non crede che nelle scuole dovrebbe essere proposta un’educazione al web?

È molto importante. Il primo rischio è che le notizie che passano sul web non sono controllabili. Il secondo è che si scelgano questi strumenti per dare una linea, per orientare. Ad esempio le foto postate sui social network a proposito della guerra in Siria sono avvenimenti accaduti o costruiti ad arte? Come giornalisti abbiamo un codice deontologico che dovremmo rispettare alla lettera. Chi, invece, mette queste notizie sui social lo fa con lo stesso spirito? Non è un caso che in molti Paesi, come Stati Uniti e Germania, ci sia un garante per questi strumenti. In Italia i garanti esistono ma non sempre hanno gli strumenti per poter intervenire. Ecco perché l’educazione al web che ti faccia capire la natura del messaggio è fondamentale.

 

Si dice spesso che le associazioni cattoliche, compresa l’Ac, non hanno potere di influenzare l’agenda setting nazionale. Quindi risulta poco notiziabile quello che l’Ac fa. Come si fa a migliorare la notiziabilità della sua mission?

L’associazione ha un principio: lavorare in silenzio. Che è lo stile del credente in fondo: contano i frutti, non l’immagine o il riscontro immediato. Quando facciamo i convegni invitiamo le persone che possano offrire un contributo concreto, non quelle che attirano i media e fanno notizia. Invitiamo un professore, non una show girl. Questo per la notiziabilità è un problema, ma dobbiamo vivere con le scelte che facciamo. Se facciamo una scelta di vita simile, dobbiamo far capire che è appetibile non solo per gli associati. Non sempre è possibile. Come associazione, inoltre, dovremmo forse attrezzarci per essere in grado di offrire noi stessi la notizia. Al centro nazionale stiamo lavorando per modificare il modo di comunicare.

 

Qual è stato il momento più complicato da raccontare nella sua carriera?

La morte di papa Giovanni Paolo II. Avendolo seguito per tutto il pontificato, sembrava quasi impossibile che quel momento arrivasse.

 

E la cosa più bella?

La sua beatificazione.

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