L’insolita guarigione del cieco nato

In questa IV domenica di Quaresima la scena è dominata dal racconto della guarigione del cieco nato, un racconto per certi aspetti “anomalo” dal momento che Gesù interviene all’inizio e alla fine, mentre la maggior parte della narrazione è consacrata alla reazione che provoca il gesto da lui compiuto.

L’evangelista Giovanni sottolinea con insistenza che quest’uomo, guarito poi da Gesù, era cieco fin dalla nascita. È quello che poi la successiva riflessione teologica interpreterà con la categoria di peccato originale.

 

Il modo in cui avviene la guarigione è decisamente strano. A differenza di quanto avviene negli altri vangeli il cieco qui non è guarito perché grida chiedendo di essere aiutato, e non lo è neppure a motivo della sua fede. Gesù passa di là e lo vede, e quindi decide di intervenire, di strapparlo alla sua cecità. Non si tratta però di donargli solamente la vista: quello che avviene è un cambiamento che ha tutti i connotati di una nuova creazione (il fango che richiama la creazione del primo uomo dall’argilla, la saliva che rappresenta un elemento vitale, associato alla bocca, al respiro, alla parola). Il nostro incontro con Gesù, in effetti, non è tanto il risultato della nostra ricerca, ma del suo venirci incontro: è passato per la nostra strada, ci ha visti, ha deciso di cambiare la nostra esistenza attraverso la sua parola e il soffio del suo Spirito.

 

Nessuno tuttavia resta esonerato dal compiere la sua parte. Per andare a lavarsi alla piscina di Sìloe quell’uomo deve affrontare un tragitto lungo ed irto.

La via che porta a Gesù non è una comoda autostrada a più corsie, ma un sentiero ripido e stretto. Il discepolo è invitato così ad impegnarsi personalmente a collaborare con il progetto di Dio. Il desiderio della luce viene messo alla prova. Recarsi alla piscina dell'”Inviato” significa riconoscere in Gesù, un po’ alla volta, il Messia, l’Atteso; è obbedire alla sua parola in modo deciso e integrale: “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.”

Se il cieco può finalmente vederci, la sua guarigione però lo colloca in mezzo a reazioni diverse. Le reazioni della gente, dei farisei, dei suoi genitori sono viziate da una cecità pericolosa. E tuttavia esse non lo fanno desistere da un itinerario che lo porta, pur in mezzo a contrasti, verso la luce.

Egli cresce progressivamente in una certezza che prima non aveva: all’inizio non sapeva nulla di Gesù, poi lo ha riconosciuto come “profeta”, successivamente ravvisa in lui un “maestro” del quale è assolutamente auspicabile essere discepoli. Infine egli giunge ad un’affermazione grandiosa: colui che lo ha guarito deve certamente essere uno che viene da Dio.

Le sue parole fanno ben capire che egli vuole seguire Gesù come fa un discepolo con il suo maestro. È a questo punto che Gesù interviene di nuovo per consentirgli di compiere il tratto finale del cammino. Egli si presenta come il Figlio dell’Uomo, colui che offre una salvezza profonda, una nuova creazione che trasforma la vita. Dinanzi a questa rivelazione il “cieco nato” fa la sua professione di fede: “Credo, Signore”

Se il gesto raccontato all’inizio del racconto gli ha aperto gli occhi della carne, ora il dialogo gli ha dischiuso gli occhi dell’anima e lo ha portato alla fede.

 

È la lezione particolare che possiamo trarre dalla lunga narrazione evangelica. Non si arriva alla fede senza affrontare delle “prove”: solo chi si lascia guidare dalla Parola di Dio, solo chi è disposto ad aprire il suo animo senza pregiudizi arriva alla fede. Questa, lungi dall’essere un pacifico possesso, è caratterizzata da una ricerca faticosa, che ognuno deve affrontare personalmente.

Ciò che avviene è il risultato di un incontro di grazia a cui non si sono frapposti ostacoli. In tal modo lo sguardo permette di riconoscere l’azione di Dio e Colui che opera la nostra salvezza: un uomo di Dio, un maestro, il Figlio dell’Uomo, il Signore!

La condizione del credente è contrassegnata da questo itinerario, non privo di conflitti e contrasti, ma anche da una trasformazione che riguarda tutta la sua esistenza.

Don Giuseppe Garozzo

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