Una storia di bellezza – Il mio ricordo di Camilla Bella, donna.

Ho conosciuto Camilla nel 1993, attraverso la nipote Nuccia, che, come me, faceva parte all’epoca dell’équipe dell’ufficio catechistico diocesano. Molto presto, è nato tra me e lei un rapporto molto intenso e delicato, e spesso mi capitava d’incontrarla, nella sua austera e antica casa, che profumava di accoglienza per tutti coloro che avevano la fortuna di varcarne la soglia.

Se dovessi tracciare un profilo di Camilla “donna”, mi chiederei , innanzi tutto, quale possa essere lo specifico “femminile” che in lei risplendeva. Molte e diverse cose si potrebbero dire a riguardo, ne scelgo una fra tutte. Se la donna è, per sua natura, “spazio” che accoglie, già a partire dal suo corpo fatto per accogliere il compagno, il figlio, Camilla viveva questo aspetto in una forma molto profonda, costante. Da lei, io per prima e chiunque la incontrasse trovava sempre un “grembo”, fatto di ascolto empatico, di simpatia, di delicatezza, di partecipazione alle vicende gioiose o dolorose che tu potevi raccontarle, seduta sul suo divano o nel suo giardinetto, davanti al the o al gelato, a seconda della stagione. Camilla accoglieva dentro di sé la tua pena segreta, la preoccupazione per un familiare malato, ad esempio, e la custodiva in sé, nella sua preghiera e nel suo ricordo affettuoso, anche ben oltre la data del tuo racconto. Ti “portava”, con cura tutta femminile, nella sua vita, e non faceva mai mancare quella telefonata inaspettata, che ti rivelava che tu non eri stata un ospite passeggero del suo salotto, ma un’amica, una compagna di cammino, una sorella di fede. Questo affetto, poi, si rivestiva sempre di piccoli gesti concreti, di delicatezze materiali: mai sono uscita dalla casa di Camilla senza stringere tra le mani un rametto fiorito del suo giardino, o l’articolo di un giornale che aveva fotocopiato pensando ad un nostro discorso, o un libro, o….

In Camilla, spazio accogliente non era soltanto il cuore, ma (cosa forse più difficile) anche mente. Di Camilla, anche novantenne, mi sorprendeva sempre la sua apertura mentale, la sua vivacità intellettuale, la sua disponibilità e curiosità verso un pensiero “altro”, diverso dal suo, il suo interesse verso mondi apparentemente o realmente lontani da quello in cui lei si muoveva, con la sua fede profonda di credente adulta. Non c’era pensiero, teoria, avvenimento di cui non potessimo parlare con serenità, dal quale Camilla non si lasciasse interrogare, provocare, sul quale lei attivava una sua personale ricerca, lontana da pregiudizi e luoghi comuni banali. Obbediente e rispettosissima del magistero della Chiesa, con altrettanta schiettezza e vivacità era capace,  però , di dissentire, di prendere posizione, di dire la sua, anche in aperto contrasto con quanti la circondavano, ma sempre senza acredine, con molta mitezza, e soprattutto col desiderio di una Chiesa davvero aperta ai poveri, agli ultimi, a chi aveva bisogno.

Una volta, mi disse, con assoluta semplicità, che, nella, sua casa di campagna, stava nascondendo una donna, rifugiata politica, col suo bambino, e la trovai che preparava giocattoli e medicine per il piccolo, che aveva la febbre. Ma era normale: tutti trovavano in lei ascolto, tenerezza, aiuto concreto, soprattutto se provati dalla vita, segnati da storie particolari, sulle quali Camilla si posava in punta di piedi, senza mai giudicare la persona coinvolta, anche se ciò non le impediva di dispensare i suoi consigli e la sua saggezza. Per questo mi pare che Camilla abbia sempre incarnato quella Chiesa “ospedale da campo”, vicina alle ferite del nostro tempo, di cui papa Francesco oggi parla ripetutamente. E mi verrebbe di applicare a lei, che aveva scelto di vivere una solitudine “abitata”, le parole che Francesco d’Assisi applica  a Maria, la madre del Signore, quando la chiama  “vergine fatta chiesa”.

Barbara Sgroi

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